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Dieci canzoni italiane che sono anche poesie

La poesia, sia chiaro, ha in sé la sua musica, vive benissimo anche senza di lei, ha le sue regole, la sua forma, le sue peculiarità. Lo stesso, la musica. Però, quando le due realtà si incontrano, il dono che noi ne riceviamo è unico.


A chi gli chiedeva se si considerava un poeta Fabrizio De André ricordava che che Benedetto Croce diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest’età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Faber si era rifugiato prudentemente nella canzone che, in quanto forma d’arte mista, gli  consentiva scappatoie non indifferenti, là dove manca l’esuberanza creativa.

Ma molte canzoni sono anche poesie. La poesia, sia chiaro, ha in sé la sua musica, vive benissimo anche senza di lei, ha le sue regole, la sua forma, le sue peculiarità. Lo stesso, la musica. Però, quando le due realtà si incontrano, il dono che noi ne riceviamo è unico. Qua dieci canzoni poesie selezionate.

1) Domenico Modugno, Cosa sono le nuvole

In Italia, molto raramente, i poeti si sono prestati a lavorare su una melodia. Uno di questi, non solo l’ha fatto, ma lo ha fatto scendendo dal piedistallo della ricerca, per calarsi, con umiltà e attenzione, nel mondo della canzone. Il risultato è un capolavoro di sintesi, suono e concetto e si intitola “cosa sono le nuvole”. La melodia è di Domenico Modugno e il testo di Pier Paolo Pasolini. Se amate il cinema, la trovate nel corto omonimo, nel quale Totò e Ninetto Davoli, marionette, si interrogano sulla vita e sulla sua fine.

2) Fabrizio De André, Smisurata preghiera

Fabrizio de André ha avuto un rapporto stretto con la poesia. I suoi testi hanno un’attenzione millimetrica ai suoni, gli stili usati, sono spesso mutuati dalla letteratura. Se ne potrebbe citare ogni canzone, ma qua, oggi, ne ricordiamo una. Smisurata preghiera chiude l’ultimo album, come se fosse l’ultima pagina di un libro lungo una vita. Liberamente ispirata da Il gabbiere di Alvaro Mutis, riassume il pensiero faberiano, come se fosse il riassunto di quarant’anni di carriera. Una preghiera laica, un elogio della solitudine, dell’umiltà, in direzione ostinata e contraria, per raggiungere quella goccia di splendore cui tutti auspichiamo.

3) Francesco De Gregori – Rimmel

Rimmel non è mai stata amata dai critici musicali, che hanno accusato De Gregori di scimmiottarsi poeta senza esserlo. Le  popolare canzone è stata giudicate troppo criptica e talvolta addirittura incomprensibili; invece, ritengo che la sua bellezza risieda proprio in questo: raccontano una storia dipingendone alcuni particolari, senza darne il quadro completo. Sta all’ascoltatore completare il quadro aggiungendo dettagli, dando un nome e un volto ai protagonisti, immaginando ciò che c’è stato prima e cosa avverrà dopo…

4) Alberto Fortis, La sedia di lillà

“Stava immobile nel letto con le gambe inesistenti e una piaga sulla bocca che seccava il suo sorriso mi parlava rassegnato con la lingua di chi spera di chi sa che e’ prenotato sulla Sedia di lillà”. Dal cantautore milanese che voleva ammazzare Vincenzo una canzone dai molteplici significati, apparentemente concernente una persona (un parente di Fortis) rimasta sulla sedia a rotelle e suicidatasi.

5) Piero Ciampi, Il vino

Pochi versi, poche pennellate di colore bastano al livornese Ciampi per descrivere un mondo, il suo mondo. Un mondo fatto di cruda verità, di sentimenti e separazioni e figli e violenza e povertà, sbattuti in faccia con la poesia candida dei grandi, con il tocco scandaloso dell’ironia. Se ne potrebbe parlare per ore dei testi di Ciampi. Mi limito a citare i suoi versi, la sua promiscuità di uomo-artista: “Com’è bello il vino, rosso rosso rosso, bianco è il mattino, sono dentro a un fosso. E in mezzo all’acqua sporca godo queste stelle, questa vita è corta, è scritto sulla pelle”.

6) Paolo Conte, Diavolo rosso

C’è una canzone, in particolare, che racchiude tutta la poetica di Paolo Conte ed è Il diavolo rosso. Qui, l’alto e il basso, l’anima e il corpo, i sentimenti e la strada, si fondono con una forza incredibile per raccontarci la storia di Giovanni Gerbi, ciclista leggendario, poeta in fuga, con la sua bicicletta (tema frequente in Conte) muoveva il paesaggio, altrimenti immobile, pesante, della pianura padana. La parola in Conte è musica e al servizio della musica. Niente è lasciato al caso nei suoi lavori: la melodia spiega le parole; le parole interpretano la melodia.

7) Franco Battiato, Mesopotamia

La canzone  inizialmente scritta da Battiato per una collaborazione Morandi-Dalla non è tra le sue piú popolari, ma rappresenta benissimo la poetica del cantautore catanese: misticismo,  intrecci e cut-up.  I testi sono di Battiato, il filosofo Manlio Sgalambro non interviene. E per fortuna. “Che cosa resterà di noi? Del transito terrestre? Di tutte le impressioni che abbiamo in questa vita?”.  Esoterismo, teoretica filosofica, mistica sufi e meditazione orientale.

8) Lucio Dalla, Tu parlavi una lingua meravigliosa

Lucio Dalla potrebbe essere citato anche solo per la sua innata capacità di rendere musicale e lirico, qualsiasi cosa, anche le smorfie. Qua però, vorrei ricordarlo per il sodalizio con il grande amico e poeta Roberto Roversi. Il loro modo di vedere la canzone, probabilmente, data anche la giovane età di Lucio all’epoca, era diverso, così letterario quello di Roversi e così giullaresco quello di Dalla. I due peró insieme provano che l’arte è il mercato possono convivere. Il testo parla di un ricordo, un incontro, un racconto, quasi una prosa, dove le rime e le assonanze arrivano naturali, dove la metrica è irregolare, discorsiva, eppure così fortemente musicale: “i sassi della stazione sono di ruggine nera; sto sotto la pensilina dove sventola adagio una bandiera. in un campo una donna si china su due agnelli appena nati, striscia al vento nudo sopra il fuoco, il fuoco violento dei prati…”.

9) Francesco Guccini, Incontro

Il crepuscolarismo gozzaniano di Guccini lo conosciamo tutti, per cui mi limito a citare un verso: “siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno…” – da: “incontro”.  La storia è semplice, no? Dopo dieci anni incontrare un’amica (una ex?), a cena da lei abbozzarne un resoconto e poi, inevitabilmente, finire a parlare dei bei tempi andati. Come in un libro scritto male il marito di lei si è ucciso per Natale, ma non è tristezza quella avvolge la situazione: è piuttosto una dolce nostalgia, disillusione, malinconia sottile.

10) Roberto Vecchioni, La Viola d’inverno

Forse, adesso, dovrei ricordarmi di Fossati e della sua predisposizione all’ermetismo, di Lolli e della sua complessità, o del quotidiano e delle riflessioni di Gaber, ma preferisco prendermi la libertà di accennare a un piccolo brano di Roberto Vecchioni. La viola d’inverno è un testo scritto con parole semplici, da un letterato, che ha incontrato e raccontato la poesia come se fosse un frammento della sua stessa vita. Il suo suono, il suo richiamo, è il fine ultimo dell’esistenza, il finale del grande spettacolo della vita, e come tutti i finali, ti lascia l’amaro in bocca delle cose inaspettate.


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