Intervista a Unione Sarda


  • Ripensando a te bambino, ritrovi degli aspetti, persone, piccoli avvenimenti che ti hanno ispirato a fare le cose a cui ti sei dedicato e ti stai dedicando da adulto?

Mio nonno e mio bisnonno erano capostazione delle ferrovie complementari della Sardegna. Forse questo, quasi per via genetica, mi ha trasmesso la voglia di viaggiare. Ancora oggi i lunghi viaggi in treno sono una delle mie passioni più grandi: il tempo che scorre lentamente, il paesaggio che cambia, l’idea stessa del viaggio come esperienza trasformativa.

Da piccolo vedevo partire i treni, ma io restavo lì, fermo. Come un capostazione in miniatura, osservavo il movimento senza potervi partecipare. Tortolì, dove sono nato e cresciuto, aveva un porto, un aeroporto, una stazione ferroviaria, tutti simboli di connessione con il mondo. Eppure, negli anni della mia infanzia, erano più sogni che realtà. I traghetti impiegavano ore infinite per raggiungere il “continente”, i voli erano un lusso, e i treni si fermavano poco lontano.

Vivevo in una terra bellissima, ma isolata. Era come abitare in una cartolina: perfetta, ma immobile. Tutto questo generava una strana frustrazione: vivere in un territorio bellissimo ma estremamente isolato, quasi “imprigionati” in una geografia che ti spingeva a sognare altrove. Forse è proprio da quell’isolamento che è nata la mia voglia di partire e la mia curiosità per il mondo.

  • Nell’intervista a L’Ogliastra mi ha colpito la parte dove racconti la tua delusione verso l’Italia e il tuo voler andare via, con una lista di città da cui scegliere con gli occhi bendati; ma ancora di più poi mi ha colpito il fatto che poco dopo questo aspetto si è capovolto, con l’idea di Radio Dublino. Con la creazione di questa radio sembra proprio che tu abbia voluto far pace con l’Italia, diventandone “ambasciatore”. Mi racconti meglio questo aspetto e l’idea di fondare il primo programma radio italiano in Irlanda, e qualche anno dopo anche l’Italian Fusion Festival?

Quando sono partito dall’Italia ero disilluso, quasi arrabbiato. Non a caso ho scritto un articolo che poi è diventato virale, La generazione perduta dei nati in Italia negli anni settanta e ottanta in cui riflettevo sul destino delle ultime generazioni cresciute in un Paese incapace di offrire prospettive reali. Quello scritto era lo specchio di un malessere e non mi capacitavo come mai i giovani italiani senza diritti, lavoro, opportunità, solidarietà intergenerazionale non avessero fatto ancora una rivoluzione. Vivere all’estero ti cambia lo sguardo, perché ti permette di confrontare ogni giorno il Paese da cui vieni con quello in cui vivi. Ti rendi conto delle contraddizioni, ma anche delle bellezze del tuo Paese.

Quando sono arrivato a Dublino, mi sentivo come una nota fuori spartito. La lingua, il clima, persino il ritmo delle conversazioni sembravano suonare in una tonalità diversa dalla mia. Eppure, dentro di me, c’era una melodia che voleva farsi ascoltare. Così è nata Radio Dublino. Non da un piano strategico, ma da un bisogno viscerale: quello di creare uno spazio dove gli italiani in Irlanda potessero sentirsi meno soli, meno stranieri. Ogni puntata era come una lettera aperta: storie, musica, interviste, dibattiti. Non parlavamo solo di emigrazione, parlavamo di identità, di sogni che attraversano confini. Una comunità si costruisce non solo con mattoni, ma con storie condivise. Ricordo ancora la prima volta che un ascoltatore mi scrisse: “Mi sento a casa quando vi ascolto.” In quel momento ho capito che Radio Dublino non era solo un programma radiofonico. Era un ponte. Tra culture, tra generazioni, tra chi era appena arrivato e chi cercava ancora di capire dove appartenere.

Oggi, quando riascolto quelle vecchie puntate, sento la voce di un uomo che stava imparando a reinventarsi. E mi rendo conto che, in fondo, Radio Dublino ha raccontato anche la mia storia. Del resto, Radio Dublino mi ha regalato anche incontri molto speciali. È stato proprio dietro a un microfono che ho conosciuto mia moglie: era ospite della seconda puntata nel 2013. L’avevo invitata perché, pur essendo italiana, insegnava (e insegna ancora) inglese e spagnolo alle scuole superiori qui a Dublino. Da quell’intervista è nata una storia che, fortunatamente, non si è più interrotta. Anche questo, in fondo, è integrazione culturale.

Quando ho fondato Radio Dublino volevo creare un canale diretto per informare e intrattenere la comunità italiana residente in Irlanda. Mi dicevo: ‘Perché nessuno parla di noi? Perché non raccontiamo chi siamo davvero?’. Inizialmente la radio offriva musica, notizie, rubriche leggere. Ma ben presto mi sono reso conto che c’era un potenziale più grande. Radio Dublino poteva essere uno spazio di riflessione e di scambio culturale. Molti italiani che vivono in Irlanda da anni, infatti, conoscono poco il Paese che li ospita. E molti irlandesi erano curiosi di sapere di più sulla nostra lingua, sulle nostre tradizioni, sulla nostra musica.

La radio con il tempo è cresciuta con oltre 50 collaboratori che si sono succeduti negli ultimi 12 anni e sempre più irlandesi coinvolti nel progetto che ha esplorato canali diversi: podcast, video podcast, articoli, social media, reportage, eventi dal vivo e live streaming. Non facciamo solo intrattenimento: vogliamo creare empatia, comprensione, scambio. Integrazione per me non è assimilazione, ma conoscenza reciproca. Usando questi strumenti raccontiamo esperienze vere, difficoltà, successi, sogni.

Radio Dublino non è solo informazione e musica: è un luogo di connessione, un ponte tra chi è partito e chi è rimasto, uno strumento di integrazione con la comunità irlandese. La comunità degli italiani in Irlanda è variegata, fatta sia di eccellenze che di fragilità, spesso poco raccontate. C’è chi si integra completamente e chi vive in una bolla fatta solo di italiani. Con Radio Dublino volevo raccontare tutto questo, senza semplificazioni, senza mitizzare né denigrare.

Qualche anno fa, nel 2017, con la redazione di Radio Dublino, ho fondato l’Italian Fusion Festival, che è diventato uno degli eventi multiculturali più interessanti di Dublino. Lì mettiamo insieme musica, cinema, arte, cibo, letteratura: un laboratorio che racconta cosa significa vivere tra due mondi. Non è solo un festival: è la dimostrazione concreta che gli italiani all’estero non sono semplicemente “emigrati”, ma creatori di valore culturale e sociale. Con Radio Dublino e il Festival ho trasformato la nostalgia in ponte.

  • Com’è la vita a Dublino? C’è qualcosa che ti manca dell’Ogliastra e cosa ti manca della città nei periodi in cui torni qui?

Dublino non è una città bella: urbanisticamente è caotica, disordinata, a volte perfino brutta. Ma ha un’energia contagiosa, un senso di positività che ti fa credere che le cose siano possibili. È una città giovane, dove tutto sembra ancora da costruire e dove non conta da dove vieni ma dove vuoi andare. E questo, per chi parte da una terra piccola come la nostra, è liberatorio. L’Ogliastra, al contrario, la vedo meravigliosa ma depressa, invecchiata e arrabbiata: spesso ci si concentra più su quello che non va che sulle opportunità.

Dell’Italia mi manca la bellezza diffusa, che non ha eguali al mondo. L’Ogliastra in particolare è una terra che resta sconosciuta ai più, e proprio per questo rappresenta un privilegio per chi ci è nato. La sua bellezza è quasi segreta: mari cristallini e montagne selvagge a pochi chilometri di distanza, panorami che cambiano a ogni curva e un senso di autenticità che altrove si è perso.

Certo, ci sono difficoltà enormi: la mancanza di lavoro, i paesi che si svuotano, i trasporti che sembrano fatti apposta per scoraggiarti. È una terra che soffre, ma che allo stesso tempo regala una ricchezza interiore enorme a chi ci cresce. Io mi sento fortunato ad aver avuto quella bellezza come orizzonte quotidiano, anche quando sembrava quasi scontata. Quando torno in Ogliastra, la sua natura e la sua luce mi riempie il cuore, ma allo stesso tempo mi manca Dublino con la sua vitalità, le lingue diverse che si intrecciano, le persone che ti accolgono senza chiederti chi sei stato “prima”. È come vivere in equilibrio tra due nostalgie, ma forse è proprio questa tensione che mi nutre. Forse vivere tra due nostalgie non è una condanna, ma una forma di ricchezza. Un modo per appartenere a più mondi, senza smettere di cercarne altri.

  • Qual è l’aspetto che secondo te dovremmo sviluppare o migliorare nella nostra Ogliastra per offrire ai giovani una buona base per sviluppare idee, sogni, progetti? Si può andare oltre il turismo e il mare, creando opportunità di crescita che virino verso l’arte, la cultura, la storia?

Io credo che il turismo e la cultura siano importanti e possano dare da vivere, ma da soli non bastano a far crescere un’economia e a far sviluppare un territorio. Pensare che il turismo possa essere “il motore” unico di sviluppo è purtroppo un’illusione, molto diffusa tra cittadini e anche tra politici miopi. Se ci limitiamo al turismo, l’Ogliastra resterà per sempre una provincia povera, bellissima ma senza prospettive reali.

L’esempio dell’Irlanda è significativo: era il Paese più povero d’Europa pochi decenni fa, oggi è il più ricco dopo il Lussemburgo. E questo non è accaduto solo grazie alle agevolazioni fiscali alle multinazionali americane, come si racconta spesso. È frutto di un processo più ampio: un sistema che ha saputo tenere insieme agricoltura, turismo, servizi, industria manifatturiera e, soprattutto, grandi investimenti nell’istruzione e nell’innovazione.

L’Ogliastra deve imparare da questi esempi. Con la sua identità forte, potrebbe diventare un laboratorio per nuove forme di economia, capace di unire la bellezza naturale con progetti di tecnologia, formazione, cultura contemporanea. I giovani non cercano solo un lavoro stagionale, ma prospettive per restare, crescere, creare. E le prospettive nascono se c’è un ecosistema che le favorisce. L’Ogliastra non deve accontentarsi di essere “bella”: deve essere anche intelligente, dinamica, aperta. Solo così l’Ogliastra potrà trasformarsi da terra che si svuota a terra che attrae.