InterRail Man
Allora, la questione dell’essere un InterRail Man nei primi anni Novanta, e intendo un vero InterRail Man, non questi backpacker-turisti contemporanei con i loro smartphone e le prenotazioni su booking.com e Dio ce ne scampi le loro aspirazioni da influencer, la questione era che avevi bisogno, prima di tutto e fondamentalmente e con una devozione quasi religiosa, di una copia del manuale di Luca Conti Inter Rail Man. Manuale per chi viaggia in treno (Stampa Alternativa, 1992), che era praticamente la Bibbia degli InterRail Men italiani, tranne che invece di pani e pesci prometteva modi per far durare 30.000 lire per tre giorni in Scandinavia, il che se ci pensi richiedeva più o meno lo stesso livello di intervento miracoloso.
Nota bene le maiuscole, che contano. Un “interrail man” (minuscole) era semplicemente qualcuno che comprava il biglietto. Un InterRail Man (maiuscole, reverenziale) era una categoria ontologica completa, uno stato dell’essere, una particolare modalità di coscienza caratterizzata da movimento perpetuo, povertà sistematica e la capacità di dormire su qualsiasi superficie più dura del cemento armato.
Il viaggio, il mio viaggio, o meglio viaggi, al plurale, perché ci furono tre spedizioni distinte in questo particolare cuore di tenebra slash luce slash scompartimenti di terza classe estremamente scomodi, iniziò non in qualche romantica capitale europea ma su un traghetto nei primi anni novanta. Da Arbatax in Sardegna a Genova. Posto ponte ovviamente. Ventiquattr’ore. Che sembra eccessivo anche per gli standard mediterranei, ma eccoci lì, o meglio eccomi lì, già marinato in quella particolare miscela di anticipazione e lieve nausea che avrebbe caratterizzato l’intera esperienza InterRail.
Perché ecco cosa nessuno ti dice sull’essere un InterRail Man: inizia prima dei treni. Inizia, se vivi in Sardegna, su un traghetto che puzza di gasolio e vomito e lasagne della nonna di qualcuno, e stai già praticando, anche se non lo sai ancora, l’essenziale abilità InterRail di Trovare Conforto nel Profondo Disagio, che è davvero solo un altro modo per dire Imparare a Dormire Ovunque Fingendo che Fosse una Tua Scelta.
La Tassonomia del Vagabondare (ovvero: Come Riconoscevamo i Nostri Simili)
Il primo viaggio fu l’InterRail completo, un mese, con viaggi illimitati in seconda classe, che, nella pratica, significava viaggiare costantemente perché fermarsi sembrava uno spreco, come bruciare soldi, come perdere il punto essenziale, che era il movimento stesso. Da Varsavia a Marrakech. Nel mezzo, dieci paesi visitati. E sì, sono consapevole che Marrakech è in Marocco, che tecnicamente non è Europa, ma stranamente era coperto dall’InterRail, e quando sei arrivato così a sud le distinzioni burocratiche si sfumano un po’. Inoltre, non stiamo facendo fact-checking dei nostri ricordi qui; li stiamo ricostruendo, il che è un progetto epistemologico completamente diverso.
Seguito da due biglietti BIJE, quelle bellissime creature ormai estinte che ti davano un mese con una rotta specifica, andata e ritorno, con tutte le fermate che volevi lungo il percorso. Genova-Thurso. Genova-Bergen. Ognuno un filo finito ma flessibile attraverso il sistema nervoso del continente. I biglietti BIJE offrivano un piacere completamente diverso: non il frenetico completismo del vedere-tutto-perché-puoi, ma la gioia più misurata della profondità sulla vastità, del soffermarsi, dello scegliere.
Ma la cosa, la cosa essenziale, dell’essere un InterRail Man era il fattore riconoscimento. Ci riconoscevamo istantaneamente. Non tramite alcuna identificazione formale o stretta di mano segreta, ma per odore e aspetto. Letteralmente. Il particolare odore di qualcuno che si è fatto la doccia forse due volte nell’ultima settimana, i cui vestiti sono stati indossati e riindossati e infilati umidi in uno zaino (rigorosamente Invicta per gli italiani) e tirati fuori di nuovo leggermente più fermentati di prima. Esisteva il color “giallo InterRail”, un misto di ruggine, polvere e disagio che si attaccava ai nostri vestiti dopo pochi giorni. L’uniforme universale dell’InterRail Man: scarponi consumati, jeans sempre più discutibili, una maglietta di annata ambigua, e quello zaino, sempre quello zaino, che funzionava meno come bagaglio e più come una sorta di guscio esterno, la casa di una lumaca, tutto ciò che possedevi pressato in 35 litri di nylon.
Le docce degli ostelli erano un lusso bisettimanale o trisettimanale, programmato in base alla disponibilità, al costo e alle complesse dinamiche sociali delle strutture bagno comuni. Il resto del tempo imparavi a convivere con te stesso, letteralmente.
Viaggiavamo da soli, ma non ci sentivamo mai soli, che suona come il tipo di paradosso che farebbe piangere di gioia uno studente universitario di filosofia, ma era semplicemente vero. Fare un InterRail in compagnia era come fare un pellegrinaggio con amici. Di peggiore, di chi fa il Camino di Santiago o la Via Francigena in compagnia, c’è solo chi le fa in bicicletta. Molti facevano l’InterRail in piccoli gruppi, ma certe esperienze è meglio farle da soli e trovare ogni giorno nuovi temporanei compagni di itinerario. Individuavi un altro InterRail Man dall’altra parte di un binario a Lione o Colonia o in qualche maledetto bivio spagnolo alle 3 del mattino e c’era questo riconoscimento istantaneo, questa parentela immediata. Il cenno. A volte la sigaretta condivisa (tutti fumavano allora, o fingevano di farlo). Lo scambio di intelligence vitale: quale ostello, quale treno, dove la polizia era rigida riguardo al dormire nelle stazioni, dove non gliene fregava nulla.
L’Economia della Destituzione Volontaria
La situazione economica era, per dirla in termini che farebbero raggiungere a un consulente finanziario i sedativi, catastrofica. Di proposito. L’intero punto era avere quasi niente, abbastanza per il biglietto stesso, abbastanza per un po’ di pane e formaggio e l’occasionale stravaganza di un letto in ostello, e basta. Verso la fine di ogni viaggio, gli ultimi giorni, eri ridotto a letteralmente solo il biglietto di ritorno e qualsiasi cibo avessi avuto la lungimiranza di accumulare. Ho passato gli ultimi tre giorni di un viaggio di ritorno mangiando nient’altro che fette biscottate e marmellata, che avevo comprato all’ingrosso in qualche supermercato tedesco perché costavano poco e non si rovinavano e soddisfacevano i requisiti minimi assoluti per il sostentamento, se non per la nutrizione o la dignità.
Quelle cose secche da toast italiane che sanno di cugino più noioso del cartone ma costano approssimativamente niente e contengono, presumibilmente, qualche caloria. Abbinate alla marmellata più economica che i soldi potessero comprare, formavano un pasto nello stesso senso in cui cemento e acqua formano calcestruzzo: tecnicamente una sostanza legata, funzionalmente terribile.
E poi c’era Digione. Digione dove la disperazione finanziaria incontrò l’ottimismo delirante e generò quello che può essere descritto solo come un crimine contro la musica. Io avevo un’armonica. Non sapevo suonarla, sia chiaro. L’avevo comprata in un mercatino delle pulci a Lione per 5 franchi perché sembrava il tipo di cosa che un InterRail Man dovrebbe possedere, romantica e portatile e presumibilmente capace di produrre suoni gradevoli. Incontrai un chitarrista tedesco, chiamiamolo Klaus, anche se non ricordo il suo nome, ma sembrava decisamente un Klaus, che aveva una chitarra acustica malridotta e un’idea: busking. Suonare per strada. Guadagnare qualche soldo. La terza nel nostro trio improvvisato era una ragazza portoghese che si autodefiniva “rumorista sperimentale”, il che significava che aveva una collezione di oggetti casuali (lattine, cucchiai, quello che sembrava essere un pezzo di tubo di scarico) che colpiva in quella che lei insisteva fosse una sequenza ritmica, ma che a tutti gli altri sembrava entropia acustica. In retrospettiva, potrebbe essere stata un genio incompreso. O completamente pazza. L’InterRail aveva un modo di rendere impossibile distinguere tra le due cose. Ci piazzammo in un angolo della città vecchia, vicino a una piazza dove i turisti si fermavano a fotografare qualcosa di medievale. Klaus iniziò a strimpellare qualcosa che vagamente assomigliava a “House of the Rising Sun”. Io soffiai nell’armonica producendo quelli che si potrebbero generosamente definire “suoni”. La portoghese iniziò a colpire le sue lattine con uno zelo che suggeriva possessione demoniaca. Eravamo orribili. Orribili. Ma eravamo anche giovani e stranieri e c’era una qualità di disperata autenticità nella nostra incompetenza che deve aver toccato qualcosa nelle persone, perché, e giuro che questo è vero, guadagnammo un centinaio di franchi in circa due ore.
Cento franchi. Che nel 1994 o giù di lì erano abbastanza per comprare pane, formaggio, vino, e forse anche un panino decente. Li dividemmo equamente, ci abbracciammo come se avessimo appena suonato alla Royal Albert Hall, e poi ci separammo per sempre. Non ho mai più visto né Klaus né la rumorista portoghese. Ma ho ancora quell’armonica da qualche parte, in un cassetto, e ogni volta che la vedo penso a quell’angolo a Digione e al fatto che per un breve momento fummo una band, se si può usare la parola “band” per descrivere tre persone che creavano quello che era essenzialmente inquinamento acustico organizzato.
L’Arte del Dormire in Posizioni Impossibili
Le sistemazioni per dormire erano similmente all’avanguardia. Sugli ostelli si potrebbe aprire un capitolo a parte, da quelli lussuosi dell’est Europa e della Germania in cui trovavi sauna e jacuzzi a quelli gotici olandesi in cui se dormivi nel letto basso dei letti a castello rischiavi che qualunque altro ospite sotto effetti lisergici ti scambiasse per un orinatoio e dove le ragazze si depilavano l’inguine di fronte a te alle 2 di notte. Anche per questo i treni erano l’opzione preferita, alloggio gratuito che ti portava anche da qualche parte, l’efficienza definitiva. Padroneggiavi l’arte del sonno-in-treno: il particolare angolo di collo-contro-finestrino che minimizzava sia il dolore che il rischio di perdere la fermata, il modo di stendersi sui sedili nel momento in cui uno scompartimento si svuotava, il dispiegamento strategico del tuo corpo per suggerire che sì, questi quattro sedili sono tutti occupati, da me, per favore prosegui.
Ma la vera scoperta, l’innovazione che separava i dilettanti dai professionisti, era il portabagagli. Quelle reti metalliche o ripiani di plastica sopra i sedili, progettati per valigie ma perfettamente capaci nei treni di alcune nazioni, scoprimmo, di sostenere un corpo umano adulto se quel corpo umano era abbastanza disperato e sufficientemente magro dalla dieta a base di fette biscottate. Ti arrampicavi lassù, un’operazione che richiedeva l’agilità di un gatto e la disperazione di un rifugiato, e ti sistemavi nella posizione fetale, il tuo zaino come cuscino, pregando che il treno non frenasse troppo bruscamente e che nessun controllore particolarmente zelante decidesse che questa costituiva una violazione di qualche regolamento ferroviario oscuro.
Dormivo lassù più notti di quante riesca a contare. La curvatura della schiena al mattino richiedeva circa venti minuti di stretching prima di poter tornare a qualcosa che assomigliasse alla verticalità. Ma era gratis, e ti dava una vista dall’alto dello scompartimento, e c’era una strana qualità meditativa nel dondolio del treno che ti cullava in un sonno che era parte incoscienza, parte trance autoindotta.
E poi c’erano le stazioni spagnole. Oh, le bellissime, calde stazioni spagnole all’aperto dove d’estate potevi semplicemente… dormire fuori. Sulle panchine. Per terra. Con altri InterRail Men, perché ovviamente ce n’erano sempre altri, e costruivate queste comunità temporanee e spontanee di mutuo vagabondaggio. Qualcuno aveva comprato il pane. Qualcun altro, il vino. Qualcuno parlava abbastanza spagnolo per negoziare. “Si te doy medio chorizo ¿me darías un par de cervezas?”. Qualcuno sapeva quale treno arrivava quando. E dormivamo lì sotto le stelle, o sotto le luci fluorescenti della stazione che erano abbastanza vicine alle stelle se strizzavi gli occhi, e al mattino ci disperdevamo come semi, ognuno verso la propria destinazione, probabilmente per non incontrarci mai più. Senza smartphone. Senza carte di credito. Generalmente senza macchina fotografica. Pensavamo a goderci i momenti, non a condividerli con i nostri amici.
La Signora con le Pellicce e l’Atto Casuale di Generosità Inspiegabile
Ma la storia che racconto più spesso, quella che uso per illustrare la strana magia dell’InterRail, la capacità che aveva di generare momenti di connessione umana completamente inaspettati, è quella della signora di Inverness.
Era un treno notturno verso la Scozia. Non ricordo da dove venivamo esattamente, probabilmente Edimburgo, o forse più a sud, ma so che eravamo un gruppo di sei o sette InterRail Men ammassati in uno scompartimento di seconda classe, tutti con quell’aspetto caratteristico di chi non ha dormito in un letto vero da circa una settimana. Alcuni dormivano, altri leggevano con torce frontali, uno studiava trigonometria per un probabile esame estivo.
La signora salì a una fermata intermedia. Doveva avere sessant’anni, forse più. Indossava, e questo dettaglio è inciso nella mia memoria con una chiarezza tanto allucinatoria quanto probabilmente errata, una pelliccia enorme, probabilmente di visone o qualche altro animale costoso, e aveva una collana di perle che sembrava il tipo di cosa che si vede nei film sulle famiglie aristocratiche britanniche. Era completamente fuori posto in quel vagone di giovani sporchi e al verde in una notte estiva fresca, ma non così gelida da contemplare pellicce.
Si sedette, ci guardò, questo gruppo di vagabondi semi-comatosi, e poi fece la domanda più surreale che avessi mai sentito: “Ragazzi, avete fame?” Prima che potessimo rispondere (e la risposta era ovviamente sì, eravamo sempre affamati, la fame perenne di chi ha vent’anni), tirò fuori il telefono (uno di quei mattoni Nokia pesanti come un’arma), fece una chiamata, e ordinò pizze. Pizze. Per tutti noi. Da consegnare alla prossima stazione, Inverness. Pensavamo stesse scherzando. Non stava scherzando.
Venti minuti dopo, il treno si fermò a Inverness e un ragazzo con la divisa di una pizzeria salì sul treno, sul treno, con quattro scatole di pizza ancora fumanti. La signora pagò tutto, rifiutò categoricamente qualsiasi offerta di rimborso, e poi semplicemente… scese. Disse qualcosa del tipo “Buon viaggio, ragazzi,” con un accento scozzese così denso che potevi tagliarci il pane, e sparì nella notte di Inverness con le sue pellicce e le sue perle, lasciandoci con quattro pizze margherita e una storia che ancora adesso, decenni dopo, sembra troppo assurda per essere vera.
Mangiammo quelle pizze in un silenzio quasi religioso. Non per mancanza di conversazione, ma perché quando sei al tuo ventiseiesimo giorno di fette biscottate e formaggio economico, una pizza calda e gratis diventa un’esperienza quasi mistica. Non seppi mai perché lo fece. Forse aveva figli che viaggiavano da qualche parte. Forse era semplicemente una di quelle rare persone che capiscono che un atto casuale di gentilezza verso degli sconosciuti può diventare una delle loro memorie più preziose.
Comunque sia, signora di Inverness, se per qualche miracolosa coincidenza leggi questo: grazie. Quelle pizze furono una delle cose più buone che abbia mai mangiato, non tanto per il gusto ma per quello che rappresentavano, la conferma che il mondo, anche quando sei sporco e stanco e lontano da casa, può ancora sorprenderti con la sua generosità.
Il Momento di Grazia (ovvero: Perché Facevamo Questo a Noi Stessi)
Ma c’erano momenti, Momenti, che giustificavano tutto. L’arrivo all ‘Alhambra a Granada. I fiordi della scandinavia visti dal finestrino. Le alpi svizzere scalate su binari a scartamento ridotto. Le colazioni con baguette fumanti in sperduti paesi della Normandia. Le notti infinite nei treni notturni tedeschi, cullati dal rumore delle rotaie, quando il mondo fuori era solo buio e promesse. Le soste improvvise nelle stazioni di campagna del sud del Portogallo, dove scendevi per comprare pesche mature che profumavano d’estate. Le serate luminose nelle piazze di Praga, quando il crepuscolo sembrava non finire mai e il mondo intero appariva gentile e facile.
Ricordo l’avvicinamento di Marrakech vista da un vecchio treno belga con buchi nel corridoio che attraversava il deserto, stretti in cuccette da 6 in cui sedevamo in 9, arrivando all’alba, la città che si materializza dal paesaggio come qualcosa assemblato dal crepuscolo e dalla fede. L’emozione era travolgente. Passi settimane sporco e stanco e al verde e poi improvvisamente sei qui, ovunque qui sia, ed è più bello di quanto qualsiasi fotografia suggerisse potesse essere. Guardare, da un treno che sbandava, l’alba che abbracciava Marrakech, città che sorgeva dal deserto in quella impossibile luce dorata. Tutte quelle ore di disagio e povertà e insonnia improvvisamente sembravano non privazione, ma il prezzo necessario d’ingresso a qualcosa di trascendente.
Il caos linguistico era parte della magia pure. Nessuno di noi parlava nulla propriamente. Parlavo un pessimo inglese, francese scolastico, spagnolo imbarazzante e speranzosi gesti delle mani. Ma in qualche modo funzionava. Comunicavi in questa lingua pidgin della necessità, questo miscuglio multilingue dove il significato emergeva dal contesto e dalla disperazione e dall’umanità condivisa. Ragazzi tedeschi traducevano per ragazzi italiani che traducevano per ragazzi francesi, tutti noi arrivavamo collettivamente a qualcosa approssimativamente adiacente alla comprensione.
E la libertà, la libertà, di non avere un itinerario fisso, nessun paio di pantaloni predefiniti, solo il biglietto e la rete e la capacità di svegliarti e pensare “oggi, Berna” oppure “oggi, da nessuna parte, solo questo treno, solo questo movimento.” La libertà della povertà è una cosa reale, anche se suona come una contraddizione. Quando non possiedi quasi niente e non devi niente e non hai nessun posto dove dovresti essere, il mondo si apre in modi che la prosperità tende a precludere.
Non ho idea del perché scrissi “pantaloni predefiniti” nei miei appunti, ma lo lascio perché cattura perfettamente la gioia assurda di non avere piani fissi, nessun pantalone predeterminato, niente di programmato.
La Scrittura e la Missione
Il manuale di Luca Conti era la nostra guida attraverso tutto questo. Non una lista di treni e orari, ma una filosofia, una metodologia per questa particolare forma di vagabondare. Ti diceva come essere un InterRail Man: dove dormire, cosa mangiare, come parlare con la polizia ferroviaria, quali confini erano facili e quali richiedevano pianificazione strategica. Era misticismo ontologico, non solo un manuale pratico, ma anche una visione del mondo per un pellegrinaggio secolare la cui destinazione non era un luogo ma uno stato mentale.
E allora, la cosa, e qui bisogna fare attenzione perché stiamo per entrare in quel territorio pericoloso dove la nostalgia incontra l’entusiasmo istituzionale europeo, la cosa è che oggi torna DiscoverEU, l’iniziativa dell’Unione europea che offre ai diciottenni quarantamila pass ferroviari gratuiti per viaggiare in tutta l’area Schengen. Quarant’anni del Trattato di Schengen, quel particolare miracolo burocratico che ha trasformato l’Europa in uno spazio dove puoi salire su un treno a Genova e scendere a Copenhagen senza che nessuno ti chieda niente, nemmeno il passaporto.
Fino al 13 novembre i diciottenni residenti negli Stati membri dell’UE possono candidarsi. Quarantamila pass. Che sembra un numero enorme finché non lo dividi per tutti i diciottenni europei, e allora capisci che è più una lotteria che un diritto universale, ma comunque, quarantamila giovani che attraverseranno l’Europa in treno, presumibilmente con meno fette biscottate e più smartphone di quanti ne avessimo noi, il che è contemporaneamente progresso e perdita, come tutte le cose davvero.
Questa notizia mi ha fatto tornare tutto indietro, l’odore delle stazioni ferroviarie all’alba, il sapore del vino economico condiviso con estranei che diventavano amici per esattamente quattro ore, il particolare dolore nella parte bassa della schiena dal dormire su qualcosa che caritatevolmente potrebbe essere chiamato una “superficie,” l’euforia dell’arrivo, la malinconia della partenza, la sensazione di stare partecipando a qualcosa di temporaneo e bello e già, anche allora, destinato a sparire.
Perché è sparito, no? L’InterRail esiste ancora, ma l’InterRail Man, quella specifica creatura dell’era pre-digitale, è estinto. Ucciso dagli smartphone e dalle compagnie aeree low-cost e dalla generale sanitizzazione del viaggio europeo. Nessuno ha più bisogno di navigare per intuizione e voci di corridoio. Nessuno ha bisogno di fare affidamento sulla gentilezza degli sconosciuti o sulla tolleranza della polizia ferroviaria. Nessuno ha bisogno di soffrire così tanto per così poco, o trova così tanto significato nella sofferenza.
E forse questo è progresso. Probabilmente lo è. Bisogna stare attenti, e questo è importante, a non cadere nella trappola di convincersi che tutto fosse oggettivamente migliore quando avevi vent’anni e nessun modo di controllare se il treno fosse in ritardo se non guardando il tabellone meccanico che faceva quel rumore di lamelle che giravano. Non era necessariamente migliore solo perché Internet era qualcosa che usavi in un Internet café puzzolente pagando tremila lire all’ora, e “condividere la tua posizione” richiedeva letteralmente una cartolina che impiegava una settimana ad arrivare, sempre che arrivasse.
Ma penso a quei viaggi, Da Varsavia a Marrakech, da Porto a Amsterdam, da Lione a Inverness, tutti quei chilometri di binari e tutte quelle comunità temporanee dei diseredati-per-scelta, e penso che abbiamo perso anche qualcosa. Qualcosa sul disagio e la scoperta, sull’essere genuinamente persi e genuinamente trovati, sul particolare tipo di connessione umana che emerge solo quando tutti sono ugualmente al verde e ugualmente lontani da casa.
Penso a Klaus e alla sua chitarra malconcia. Penso alla rumorista portoghese e ai suoi tubi di scarico. Penso alla signora con le pellicce che comprò pizze per un vagone di sconosciuti. Penso a tutte quelle notti passate arrotolato su un portabagagli, la schiena dolorante ma il cuore stranamente leggero, guardando le luci delle città passare attraverso il finestrino mentre il treno ci portava verso qualche destinazione che avevamo scelto quella mattina semplicemente perché il nome suonava bene.
O forse mi manca solo essere abbastanza giovane da dormire sui pavimenti delle stazioni ferroviarie e chiamarlo avventura. Con gli occhi di oggi, questa spasmodica ricerca del disagio e questa sorta di bulimia geo-cartografica nell’attraversare il maggior numero possibile di paesi senza mai davvero fermarsi può apparire quasi puerile, ma allora pareva a noi InterRail Men assolutamente, innegabilmente, quasi religiosamente eroica.
In ogni caso, grazie, Luca Conti, ovunque tu sia. Il tuo manuale era più di un libro. Era un passaporto per un mondo che esisteva solo per coloro disposti a essere abbastanza a disagio da trovarlo. Era la mappa per un territorio che non esiste più, ma che per un breve periodo meraviglioso, tra la caduta del Muro di Berlino e l’ascesa di Internet, fu il nostro regno, il nostro playground, la nostra università della strada e del binario.
E che regno era.