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Italian Dinner in the Old Distillery


C’è stato un tempo, tra il 2009 e il 2013, che a rileggerlo oggi sembra un’epoca geologica fa, in cui una volta al mese, quasi sempre l’ultimo sabato, il mio appartamento alla Old Distillery di Dublino diventava una specie di micro-ambasciata temporanea del caos organizzato, del cibo condiviso e delle conversazioni non richieste ma necessarie.

La Old Distillery, per chi non la conoscesse, era (ed è) un edificio di inizio Ottocento nel quartiere di Smithfield, una distilleria riconvertita in appartamenti quando la città decise che il passato industriale poteva diventare immobiliare. Il mio era un one-bedroom al primo piano, muri di granito spessi come convinzioni religiose, soffitti ad arco in mattoni che sembravano sempre sul punto di raccontarti qualcosa, affacciato su un cortile interno che rendeva tutto vagamente monastico, se i monasteri avessero avuto bottiglie di vino ovunque.

Lì è nata e si è consumata, nel senso buono del termine, Italian Dinner in the Old Distillery, una cena italiana (per la topologia di cibo e/o per la nazionalità del cuoco) mensile con ospiti internazionali, massimo cinque (più me), mai meno di tre. Ogni mese una cena diversa, ogni mese un tema diverso, ogni mese persone diverse.

All’inizio venivano amici, conoscenti, amici di amici. Poi, lentamente, il passaparola, una newsletter sempre più letta e il Facebook nascente fecero il resto. A un certo punto arrivavano persone che non conoscevano nessuno, nemmeno me. E non è mai successo niente di strano. O meglio: sono successe solo cose strane nel modo giusto.

L’idea nacque da un intreccio di motivazioni che, a pensarci bene, avevano tutte senso, ma insieme sembravano il piano di qualcuno con troppo tempo libero e una fiducia eccessiva nell’umanità. Prima di tutto volevo conoscere persone nuove al di fuori dei rumorosi pub del sabato sera, dove la conversazione media consisteva in “WHAT?” seguito da “I SAID WHAT?” ripetuto fino all’esaurimento vocale. Poi c’era il desiderio di fare chiacchiere con vecchi e nuovi amici su tematiche di mio interesse non mainstream, cioè tutto tranne il calcio e il meteo. A questo si aggiungevano la voglia di sperimentare nuove ricette con delle “cavie” consenzienti e l’ossessione per le comunità intenzionali e lo spirito di comunità che all’epoca mi consumavano più di quanto fossero sani. Ma soprattutto, e questo era forse il movente più ambizioso, volevo portare in Irlanda lo spirito della condivisione del cibo come momento sociale, non solo tra i familiari stretti, ma anche tra amici e conoscenti. Addirittura tra sconosciuti negli ultimi mesi.

Quest’ultimo punto merita una digressione. Per gli irlandesi, l’idea di invitare perfetti sconosciuti a cena nel proprio appartamento aveva lo stesso livello di plausibilità logica di organizzare un ritiro spirituale in un mattatoio. Il luogo principale della socialità in Irlanda è il pub, sempre il pub, glorioso pub, e l’idea che si potesse costruire comunità attorno a un tavolo da pranzo invece che attorno a un bancone da Guinness provocava una specie di cortocircuito culturale nei miei invitati irlandesi. Li vedevi arrivare con quella faccia tra il terrorizzato e l’affascinato, come antropologi vittoriani di fronte a un rito tribale incomprensibile.

Le Regole (Perché ogni Utopia ha bisogno di un Regolamento)

Il sistema si reggeva su regole che avevo elaborato con la meticolosità di un legislatore prussiano. La cena la preparavo io secondo i miei desideri e curiosità, questo era il principio fondamentale e non negoziabile. Gli ospiti non potevano mai essere più di cinque o meno di tre, anche se per il novanta per cento dei casi ci si trovava in sei, quel numero perfetto che permette conversazioni sia di gruppo che a coppie senza che nessuno si senta escluso o sopraffatto. La regola più rigida era quella dell’internazionalità: non potevano esserci più di due ospiti della stessa nazionalità, quindi mai più di due irlandesi o due italiani sulla stessa tavola. Ogni cena aveva un tema che veniva comunicato in anticipo, e gli ospiti dovevano portare del vino o un dolce, con il divieto esplicito di presentarsi con i dolci del Centra, catena irlandese di convenience store che sapeva vagamente di cartone e rimorso che vendeva per pochi euro dolci fatti di zucchero, colorante e delusione.

Il secondo anno, dopo che alcuni ospiti tornavano tutti i mesi con la fedeltà di un golden retriever, togliendo la possibilità a altre persone di partecipare, venne aggiunto un corollario necessario: non si poteva partecipare a più di due Italian Dinners in the Old Distillery all’anno. Fu una decisione democratica ma dolorosa, come tutte le decisioni democratiche.

Le regole (versione originale sgrammaticata )

Rules:
– Not more than 5 guests.
– Specific topic for each dinner.
– The dinner is free but a decent wine or a cake (possibly handmade) are very welcome.
– Vegetarian alternative available anytime.
– Reserved places based on a “first book first served” basis.
– Priority for new comers!
– Tick off “attending” in the RSVP box ASAP if you want enjoy the dinner.
– If you tick of too late in the attending box and there is no more space no panic. You have the priority for the next dinner!
– The conversation is very friendly. It’s just a friendly dinner. Old Distillery isn’t a restaurant or an University!
– Smile and enjoy it!

Il cibo (che allora sembrava straordinario)

Rivedendo oggi le vecchie foto sfocate e le acconciature discutibili, il cibo sembra quasi immangiabile. All’epoca, invece, ci sembrava un banchetto rinascimentale: polenta e cervo, fish and chips, ravioli di stufato Guinness, cannelloni al seabass, sushi, spaghetti con bottarga, spiedini di mozzarella aromatizzati all’acciuga, pennette alle olive, wild salmon al forno, lasagna di agnello irlandese e rosmarino, melanzane alla parmigiana, arancini al colcannon, lasagne ai funghi porcini, zuppa di pesce dell’Atlantico in stile cacciucco, mochi.

La fase sperimentale-dadaista mi portò a servire una prawns, orange and kiwi salad, mentre la fase “ho-letto-troppi-libri-di-cucina-fusion” produsse un risotto with bananas che qualcuno finse coraggiosamente di apprezzare. La mozzarella in carrozza conviveva con la fregula con vongole, lo stinco di maiale con patate dolci (quando volevo impressionare) con la pasta alla carbonara fatta con pancetta sarda, l’Irish smoked ham fillet (patriottismo culinario locale) con gli scotch eggs, perché ogni tanto bisogna tradire le proprie origini.

Non avevo nemmeno un televisore, e i documentari si vedevano sul mio vecchio laptop collegato a casse di fortuna che trasformavano ogni dialogo cinematografico in una conversazione tra robot afflitti da laringite.

Nessuno è mai rimasto intossicato. Questo va detto.

I Temi (o: Quando la Cena Diventa Seminario)

Ogni mese c’era un tema. A volte si suonava (se il tema era musica), a volte si vedeva un film o un documentario, a volte si facevano workshop. Il tema veniva comunicato in anticipo in modo che ogni partecipante potesse prepararsi o, più realisticamente, dimenticarsene completamente fino a cinque minuti prima di arrivare.

Di solito ero io a condurre la discussione, ma capitava che un esperto (yoga, musica, filosofia, tarocchi, lingue dei segni) diventasse il maestro della serata.

Ricordo, tra gli altri:

  • “Gurdjieff’s Sacred Movements” – Cena preceduta da esercizi di movimenti sacri di Gurdjieff per “risvegliare la coscienza”, che si è trasformata in un balletto goffo di persone che cercavano di eseguire sequenze complesse mentre erano già leggermente brilli, con almeno tre collisioni documentate e una pianta rovesciata. Durante la cena “L’ombra della luce” e “Voglio vederti danzare” di Franco Battiato uscirono dalle casse in loop sufico.
  • “Fluxus Instruction” – Cena basata su instruction scores fluxus dove ogni commensale doveva eseguire azioni minimaliste tipo “solleva la forchetta per 3 minuti” o “contempla il pane”, un concetto affascinante sulla carta che nella pratica ha prodotto principalmente vino versato e una irish stew completamente fredda.
  • “Rudolf Steiner’s Anthroposophy” – Cena biodinamica basata sui principi steineriani: cibo piantato secondo le fasi lunari, conversazioni sulle gerarchie angeliche, euritmia prima dell’antipasto, tutto molto olistico e cosmico finché non abbiamo scoperto che secondo Steiner non dovremmo mangiare pomodori, scatenando una ribellione mediterranea immediata di fronte agli involtini di melanzane al sugo.
  • “Woody” – Guardare e discutere “Woody Allen: A Documentary” anni prima del #MeToo, quando tutto era più semplice e al tempo stesso più complicato.
  • “Psicomagia di Alejandro Jodorowsky” – Con esempi pratici della teoria del cineasta e sciamano cileno. Ognuno doveva “guarire” un trauma personale attraverso un rituale simbolico. Per edempio una ospite polacca si dovette “liberare dal padre oppressivo” seppellendo un ciuffo di capelli in giardino alle 23:00. Altri riti furono piu complicati e nefasti. Non chiedetemi altro.
  • “Introduction to Inclusivity” – Esempi pratici tratti dalle mie esperienze e da quelle degli ospiti, in un’epoca in cui “inclusività” non era ancora diventata una buzzword aziendale.
  • “Sign Languages” – Con un’ospite esperta dall’Italia che ci insegnò che le lingue dei segni sono linguisticamente complesse quanto quelle parlate e che noi, con le nostre mani, sembravamo marionette epilettiche.
  • “Italy for Beginners” – Dove condivisi un documentario su Silvio Berlusconi, che per gli stranieri era una sorta di realtà alternativa, impossibile da processare razionalmente. A suo modo Silvio fu un pioniere e un precursore.
  • “Ecovillages and Intentional Communities” – Discussione sul mio anno passato in dozzine di ecovillaggi in giro per l’Europa durante il mio anno sabbatico dall’università, quando ancora credevo che l’umanità potesse salvarsi attraverso la permacultura e il cerchio di condivisione.
  • “Storytellers” – Tecniche e modalità di raccontare storie in Italia e in Irlanda. Differenza principale: gli italiani interrompono, gli irlandesi aspettano il loro turno ma poi si dimenticano cosa volevano dire.
  • “Vipassana Meditation” – Serata di cena silenziosa ispirata alla meditazione vipassana, in cui ci si è divisi tra uomini e donne e ogni boccone doveva essere un atto di presenza consapevole, un esperimento interessante finché qualcuno non ha starnutito, scatenando fragorose risate che hanno trasformato la serata in una delle più alcoliche dell’intera serie.
  • “Theatre of the Oppressed” – Analisi del teatro dell’oppresso di Augusto Boal con esercizi pratici nell’appartamento, come il “Blind Sculptor”, che in uno spazio di 50 metri quadri con soffitti ad arco e dopo due bicchieri di vino risultava più pericoloso di quanto previsto dal manuale.
  • “Psychosynthesis!” – Analisi della psicosintesi di Assagioli nei suoi aspetti teorici e pratici, durante la quale scoprimmo che eravamo tutti molto più frammentati psicologicamente di quanto volessimo ammettere.
  • “The Game of Transformation” – Una serata trascorsa a parlare della comunità di Findhorn, in Scozia (dove parlano con le fate e coltivano cavoli giganti) e a giocare al Gioco della Trasformazione con le carte degli angeli. Alcuni presero la cosa troppo sul serio. Altri finirono in lacrime. Una serata di successo, insomma.
  • “Picnic in the Snow” – Una serata in cui era prevista una nevicata e un blackout, che, puntualmente, si verificarono, costringendoci a dormire tutti e sei nel mio piccolo appartamento a lume di candela. Il mattino dopo sembravamo profughi di guerra, ma profughi felici.
  • “Immigrants in Ireland” – In cui si parlò di discriminazione e opportunità con quella franchezza che arriva solo dopo il secondo piatto e il terzo bicchiere.
  • “Economy Without Money” – Sistemi di scambio non monetario come discussi nel mio omonimo libro “Economie Senza Denaro”, che all’epoca sembrava visionario e oggi sembra semplicemente necessario.
  • “Tree Hugging and the Shamanic Journey” – Sciamanesimo e l’importanza degli alberi nella cultura celtica. Finì con sei persone che abbracciavano gli alberi nel cortile della Old Distillery sotto gli occhi perplessi dei vicini.
  • “The Nightmare After Christmas” – Il 29 dicembre, durante la crisi finanziaria, un gruppo di espatriati si riunì a casa mia perché nessuno poteva permettersi di tornare dalla famiglia per via dei costi. Fummo patetici e felici in egual misura.
  • “The Big Chill” – Proiezione dell’omonimo film e discussione sull’importanza dell’amicizia in un mondo freddo. Alcuni piansero. Io finsi di non vedere.
  • “Baraka” – Il film fu girato in 152 location di 24 paesi. Non contiene dialoghi. Invece di una storia, usa temi per presentare nuove prospettive ed evocare emozioni esclusivamente attraverso il cinema. Dopo la visione, nessuno parlò per dieci minuti. Un miracolo sociale.
  • “Joan & Bob” – Serata musicale con le canzoni di Bob Dylan e Joan Baez e la lettura dei loro testi, durante la quale scoprimmo che Dylan è un poeta o un ciarlatano o entrambi, a seconda dell’umore.
  • “Dadaist Manifesto” – Serata dedicata al Dadaismo in cui abbiamo recitato manifesti nonsense di Tristan Tzara mentre mangiavamo portate servite in ordine casuale—antipasto, dolce, primo, contorno—perché l’assurdità doveva permeare anche la digestione, con risultati gastrointestinali che Hugo Ball avrebbe probabilmente applaudito.
  • “Butoh Dance & Sakè” – Esperimento di danza Butoh giapponese accompagnato da quantità preoccupanti di sake, dove movimenti lentissimi e contorsioni esistenziali si sono trasformati in una performance che oscillava tra Kazuo Ohno e qualcuno che cerca disperatamente l’equilibrio dopo il quinto bicchiere, il tutto documentato in video che nessuno oserà mai pubblicare.
  • Books Without Borders” – Cena sul bookcrossing dove ogni ospite portò un libro da “liberare”, senza poter tenere il proprio. Arrivarono Kundera, Kerouac, De Lillo, Doyle, García Márquez. Io portai Arbassino. Durante la cena ognuno comunicò perché aveva scelto proprio quel libro (di solito troppo amore o troppo odio) e dopo il dolce procedemmo allo scambio: ospedali, stazioni, autobus. Alcuni libri vennero registrati su BookCrossing.com, altri sparirono, uno finì al Mount Jerome Crematorium.
  • “Situationist Dérive” – Cena ispirata alla psicogeografia situazionista dove ogni portata veniva servita in una stanza diversa dell’appartamento seguendo percorsi irrazionali dettati dal lancio di dadi, trasformando una semplice cena in un’odissea domestica di due ore che ha incluso bruschette mangiate in bagno e tiramisù consumato in giardino sotto la pioggia, perché Guy Debord avrebbe voluto così (forse).

Un mese organizzammo anche la Bealtaine Celebration, andando su una collina sacra a fare un picnic e celebrare le divinità celtiche e la spiritualità irlandese. Gli irlandesi presenti ci guardavano come si guarda un gruppo di turisti americani che fa yoga davanti al Colosseo.

Quello che Rimane

Sono nati amori tra i partecipanti, almeno tre coppie, che io sappia, e una è persino sopravvissuta. Quella casa, che con la crisi finanziaria era stata messa in vendita a 150.000 euro nel 2014 quando la lasciai per il fallimento della proprietaria, ora vale mezzo milione. Ogni volta che passo da Smithfield sento un piccolo dolore al portafoglio, ma è sopportabile perché mi ricordo di cosa rappresentava quell’appartamento. L’appartamento è stato venduto a qualcun altro che probabilmente ora lo affitta con Airbnb e non sa e non gli importa che lì dentro si discuteva di teatro dell’oppresso e cooperazione.

Quello fu il mio primo appartamento a Dublino in cui vissi da solo, dopo i primi due anni in case condivise e prima del fidanzamento e dell’acquisto di una casa con quella che ora è mia moglie. Cinque anni di libertà, scoperta e meraviglia, in cui facevo tante cose oltre a queste cene e mi sentivo vivo e sempre curioso. C’era qualcosa di prezioso in quella libertà, non la libertà adolescenziale del “posso fare quello che voglio”, ma quella più adulta e complessa del “posso scegliere chi voglio diventare”. E per qualche anno scelsi di diventare qualcuno che invitava sconosciuti a cena l’ultimo sabato del mese.

Guardando indietro, oltre le foto sfocate, le acconciature discutibili, e i piatti che sembravano esperimenti di cucina molecolare falliti, rimane qualcosa che va oltre la nostalgia. La nostalgia è una trappola sentimentale per deboli, un modo di idealizzare il passato per non affrontare il presente. Questo è diverso. È la consapevolezza che per qualche anno, in un appartamento con soffitti ad arco che si affacciava su un cortile silenzioso, è esistito un piccolo esperimento di comunità che funzionava.

Persone che non si conoscevano arrivavano il sabato sera, mangiavano cibo di qualità discutibile ma intenzionalità alta, discutevano di Jodorowsky o di economia senza denaro o di alberi sacri, e tornavano a casa sentendosi parte di qualcosa. Non era un ristorante. Non era un’università. Non era nemmeno particolarmente italiano, alla fine. Era solo un tavolo, del cibo, e l’idea, sempre più rara, sempre più necessaria, che gli estranei possono diventare amici se gli dai un piatto di pasta e un tema di conversazione abbastanza strano.

Forse è questo che manca oggi, in un mondo che si fa ogni giorno più frammentato e diffidente: la disponibilità a sedersi a un tavolo con persone che non si conoscono e vedere cosa succede. Non c’era agenda nascosta, non c’era networking professionale, non c’erano aspettative oltre a quella di trascorrere una serata interessante. E funzionava. Funzionava così bene che la gente tornava, portava amici, ne parlava ad altri. Funzionava perché era genuino, o almeno così genuino quanto può essere un esperimento sociale consapevolmente progettato.

A distanza di anni, quello che colpisce dell’esperimento sociale non è tanto il successo delle singole serate quanto la dinamica sociale che si innescò. All’inizio c’era il timore. Paura di non essere abbastanza preparati per discutere certi argomenti, paura di passare una serata con perfetti sconosciuti attorno a un tavolo troppo piccolo per nascondersi. Ma dopo le prime cene, qualcosa cambiò. La mailing list cominciò a crescere in modo esponenziale, come un’epidemia benigna che si diffondeva per passaparola nei corridoi dell’università, negli uffici delle multinazionali tecnologiche, nelle code del Tesco. Le persone interessate erano sempre di più, e il problema non era più convincere qualcuno a venire ma decidere chi escludere, un dilemma morale che mai avrei pensato di dover affrontare organizzando cene.

Quello che succedeva dopo le cene era ancora più interessante di quello che succedeva durante. In molti venivano semplicemente per una serata in compagnia e del cibo gratuito, che ingenuamente o per mie eccessive capacità di marketing immaginavano eccessive, ma quelle conversazioni su spiritualità, dadaismo, comunità intenzionali, non rimanevano confinate tra i muri di granito della Old Distillery. Attecchivano. Come virus di conoscenza eterodossa che trovavano ospiti ricettivi e si moltiplicavano in modi imprevedibili. C’era chi dopo una serata sullo sciamanesimo celtico si iscrisse a un gruppo di  di druidi e cominciò a frequentare cerimonie nei boschi intorno a Dublino, con serietà che oscillava tra il commovente e il ridicolo ma che era, innegabilmente, genuina. Altri, dopo le discussioni sugli ecovillaggi, non si limitarono a comprare qualche libro di permacultura ma andarono a viverci davvero, trasferendosi per alcuni mesi nel west dell’Irlanda in comunità dove si coltiva il proprio cibo e si decide tutto per consenso in riunioni che durano sei ore. L’appartamento era diventato, senza che me ne rendessi conto, una camera di contaminazione culturale, un luogo dove idee considerate marginali o eccentriche trovavano terreno fertile in persone che non sapevano nemmeno di essere in cerca di qualcosa di diverso.

Ma l’aspetto più rivelatore dell’esperimento fu quello che chiamerei “l’effetto spartiacque irlandese”. Coinvolgere irlandesi nei primi mesi fu praticamente impossibile. L’idea di cenare con sconosciuti in casa di qualcuno violava qualcosa di profondo nel loro codice sociale, trasformando l’evento in una cena tra expats che si consolavano a vicenda per la mancanza di familiarità della vita a Dublino. Ma poi, lentamente, gli irlandesi cominciarono ad arrivare. E continuarono ad arrivare. Con una particolarità statistica che divenne evidente solo dopo qualche mese: erano tutti irlandesi non di Dublino. Quelli di Cork, di Galway, di Sligo, di Donegal, che avevano lasciato le loro città per cercare lavoro nella capitale.

Gli irlandesi di Dublino, quelli che avevano il clan familiare a pochi chilometri o addirittura a pochi metri di distanza, rimanevano irraggiungibili, protetti da una rete sociale così densa e consolidata da non sentire il bisogno di cercarne un’altra. Chi invece aveva attraversato il paese e si trovava in una città che era tecnicamente la sua ma che emotivamente era estranea quanto per noi stranieri, trovava in quelle cene qualcosa che mancava: non la famiglia, non il pub, ma uno spazio intermedio dove poter essere diversi da come si era sempre stati. Per loro, come per molti altri, quelle cene divennero un metro di misura sociale, uno spartiacque tra conoscenti casuali e amici veri. Se qualcuno era stato a una Italian Dinner in the Old Distillery, significava che c’era stata una vulnerabilità condivisa, un’apertura a lasciarsi contaminare da idee strane, una disponibilità a sedersi a un tavolo e vedere cosa succedeva. E questo, in un paese dove l’appartenenza sociale è tutto, voleva dire qualcosa.

Oggi quelle cene non esistono più. La comunità si è dispersa, alcuni sono tornati nei loro paesi, altri si sono sposati, altri ancora hanno semplicemente continuato le loro vite. Ma ogni tanto, camminando per Smithfield, mi fermo davanti alla Old Distillery e guardo verso il primo piano, verso quelle finestre che davano sul cortile interno. E per un momento ricordo com’era avere trentacinque anni e credere che bastasse un tavolo, del cibo e una buona conversazione per cambiare un piccolo pezzo di mondo.

Probabilmente ero ingenuo. O forse avevo ragione e poi è il mondo che è cambiato. O più probabilmente entrambe le cose sono vere, come succede sempre quando si invecchia e si guarda indietro. Ma se dovessi scegliere tra la saggezza cinica di oggi e l’ingenuità entusiasta di allora, sceglierei di nuovo l’ingenuità. Ogni singola volta.