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Dieci libri italiani che non legge più nessuno e che dovreste leggere tutti


Allora, la questione è questa. La questione è che in Italia abbiamo una tradizione letteraria che fa paura, nel senso che spaventa davvero, una roba enorme e stratificata e piena di voci straordinarie, e quello che facciamo con questa tradizione è nasconderla. La seppelliamo. La mettiamo in cantina come i mobili brutti che non si buttano mai perché “potrebbero servire” e invece non servono a niente e marciscono lì, e sopra ci costruiamo un’industria editoriale che ogni anno ci propina gli stessi dieci autori, le stesse copertine, le stesse quarte di copertina scritte col pilota automatico.

Io ora leggo pochissimo, ma quando ero più giovane ho letto tanto, forse troppo, sicuramente in modo disordinato e febbricitante come si legge quando sei giovane e hai ancora la sensazione che ogni libro possa cambiarti la vita, e quella sensazione, ve lo dico, non è una bugia. Cambia la vita. O almeno cambia il modo in cui guardi fuori dal finestrino del treno, che per me è quasi la stessa cosa.

Questa lista non è accademica. Non è completa. Non è oggettiva. È mia, nel senso più pieno e difendibile del termine, ed è fatta di libri che ho trovato per caso, per consiglio di qualcuno incontrato in una libreria usata, per un riferimento in nota a piè di pagina, per quella meravigliosa e ormai quasi estinta catena di trasmissione che è il passaparola tra lettori ostinati.

Sono libri che meritano di essere letti. Adesso. Subito. Prima che qualcuno decida che non servono più.


1. Tommaso Landolfi – La pietra lunare (1939)

Partiamo dal più antico e dal più strano, che è un modo come un altro di dire partiamo dal più onesto. Landolfi è il grande rimosso della letteratura italiana, uno scrittore che non si riesce a catalogare e che, per questo, il sistema ha preferito ignorare piuttosto che ammettere la propria incapacità di classificarlo. Gotico, surreale, ironico, malinconico, con un senso dell’umorismo che è quasi una forma di cortesia cosmica nei confronti dell’assurdo.

La pietra lunare è la storia di un ragazzo e di una creatura lunare,  una donna che risponde alla luna come le maree, che si trasforma, che appartiene a un ordine della realtà diverso dal nostro. Non è un romanzo fantastico nel senso banale del termine. È un romanzo sulla differenza, sull’alterità, su quello spazio vertiginoso che esiste tra due esseri che si attraggono senza riuscire davvero a comprendersi. Borges lo amava. Questo dovrebbe bastare.

Se avete amato il realismo magico sudamericano e vi siete mai chiesti se esistesse un equivalente italiano, la risposta è Landolfi. Ed era qui prima di tutti loro.


2. Guido Morselli – Dissipatio H.G. (1977)

Morselli è la storia più triste della letteratura italiana del Novecento e bisogna dirla per intero perché fa parte del libro. Morselli scrisse tutta la sua vita, mandò i manoscritti agli editori, ricevette rifiuti sistematici da tutti, Einaudi, Mondadori, Feltrinelli, tutti,  e nel 1973 si suicidò. Quattro anni dopo, postumo, uscì Dissipatio H.G., probabilmente il romanzo italiano più importante della seconda metà del Novecento e quasi nessuno l’ha letto.

Il protagonista ha deciso di suicidarsi. Si trova davanti a un laghetto in montagna dove intende annegare. All’ultimo momento non lo fa. Torna in città e scopre che l’intera umanità è scomparsa. È rimasto solo lui. Solo lui che aveva deciso di non volerci più essere.

L’ironia metafisica di questa situazione è devastante e Morselli la maneggia con una precisione filosofica e una commozione trattenuta che non ho trovato altrove. Il libro è anche la sua storia, naturalmente. La storia di uno scrittore che il mondo ha ignorato e che ha immaginato,  forse con sollievo, forse con terrore, un mondo senza testimoni. Un libro sulla solitudine radicale che ti segue per settimane dopo l’ultima pagina.


3. Salvatore Satta – Il giorno del giudizio (1977)

Sono sardo. Questo è un fatto biografico che non smette di avere conseguenze, e una di queste è che ho letto Satta con una gratitudine che non riesco a spiegare a chi non viene da quell’isola. Satta era un giurista di Nuoro che scrisse questo romanzo nel cassetto, per sé, senza pensare alla pubblicazione. Lo trovarono dopo la sua morte. È la Sardegna come metafisica, come labirinto temporale, come luogo in cui i vivi e i morti abitano la stessa stanza senza troppa sorpresa reciproca.

Il protagonista è il notaio Sebastiano Sanna Carboni, e il romanzo,  se romanzo si può chiamare, è una meditazione sulla morte, sulla memoria, sul destino di un’intera comunità che sente su di sé il peso di qualcosa di eterno e inevitabile. La prosa ha la cadenza di una preghiera laica. Il paesaggio di Nuoro è lì, fisico e allucinato insieme, reale come il pane e distante come un sogno.

Se amate Faulkner, se amate García Márquez, se amate quella letteratura in cui il tempo funziona diversamente da come avviene nella vita quotidiana, Il giorno del giudizio è il libro italiano che cercavate senza saperlo.


4. Beppe Fenoglio – Una questione privata (1963)

Fenoglio morì a quarant’anni prima di vedere pubblicato questo romanzo. È uno dei fatti più crudeli della letteratura italiana del dopoguerra, e il libro stesso sembra saperlo, sembra portare in ogni pagina la consapevolezza di essere qualcosa di incompiuto e perfetto allo stesso tempo, come quelle frasi che si interrompono prima della fine e dicono tutto lo stesso.

Milton è un partigiano sulle Langhe. Scopre che il suo migliore amico forse ha avuto una storia con la donna che ama. Comincia a cercarlo attraverso la guerra, attraverso le colline, attraverso il pericolo e il freddo, con quella ossessione privata che dà il titolo al libro e che coesiste, assurdamente e umanamente, con la guerra che gli scorre intorno.

Calvino disse che era il libro che avrebbe voluto scrivere lui. Io non ho niente da aggiungere a questo. Quando Calvino ti cede il passo, è il momento di togliersi il cappello e leggere.


5. Danilo Dolci – Banditi a Partinico (1955)

Dolci non era uno scrittore nel senso convenzionale del termine. Era un architetto diventato attivista nonviolento in Sicilia, uno che aveva scelto di andare a vivere tra i più poveri dei poveri nella Sicilia degli anni Cinquanta e di testimoniare quella povertà con la precisione di uno scienziato e la passione di un profeta. Gandhi lo conosceva. Veniva paragonato a Schweitzer. In Italia lo hanno dimenticato.

Banditi a Partinico è un libro di voci. Voci di braccianti, pescatori, madri, carcerati, disoccupati. Voci che raccontano la miseria in modo diretto, senza mediazione letteraria, senza abbellimenti, con quella dignità devastante di chi descrive la propria vita senza sapere che sta facendo letteratura. Dolci le ha raccolte, trascritte, ordinate. Ha costruito un documento che è anche un atto di accusa e anche un atto d’amore.

In un momento in cui si torna a parlare di nonviolenza come strumento politico,  e bisogna tornare a farlo, sempre, rileggere Dolci è necessario. Non consolatorio. Necessario.


6. Pier Vittorio Tondelli – Altri libertini (1980)

Tondelli aveva ventitré anni quando scrisse questo libro, e si vede, nel senso migliore. Si vede nella velocità, nell’urgenza, nella lingua che corre e inciampa e si rialza e riparte come una persona ubriaca che sa esattamente dove sta andando. Sei racconti su una gioventù italiana che la letteratura italiana di allora non aveva mai rappresentato: marginale, omosessuale, on the road, drogata, vivissima, disperata, comica.

Il libro fu sequestrato per oscenità appena uscito. Naturalmente. In Italia il talento disturba, ma il talento che descrive corpi e desideri e la vita ai margini disturba in modo intollerabile le persone giuste, il che è un ottimo segno.

Tondelli è la risposta italiana alla Beat Generation che molti di noi cercavano senza trovarla. C’era. Era qui. Stava scrivendo in un appartamento di Correggio con la stessa febbre con cui Kerouac aveva scritto il suo rotolo di carta. Se avete amato Sulla strada, se avete amato Ginsberg, se avete amato quella letteratura che sembra scritta in diretta, dal vivo, con il microfono aperto,  leggete Tondelli. Subito, prima di tutto il resto.


7. Alberto Arbasino – L’Anonimo Lombardo (1959)

Arbasino è uno scrittore che il sistema letterario italiano ha trasformato in un monumento, e i monumenti hanno questo problema: si ammirano da lontano, si citano nei convegni, non li legge più nessuno. L’Anonimo Lombardo è il libro che esisteva prima del monumento, e per questo è il più onesto, il più vivo, il più necessario.

Sono racconti. Racconti di una gioventù lombarda colta e irrequieta, scritti con una lingua che non assomiglia a nient’altro nella letteratura italiana di quegli anni, veloce, dissacrante, orale, capace di passare dal registro alto al registro basso senza chiedere permesso a nessuno. Una lingua che sembra improvvisata e invece è costruita con una precisione chirurgica, il che è esattamente la cosa più difficile da fare in letteratura.

Il bersaglio è l’Italia del boom,  le ville, i salotti, le conversazioni brillanti su tutto, il conformismo mascherato da modernità, ma Arbasino non lo attacca dall’esterno come farebbe un moralista. Lo abita, lo conosce dall’interno, lo ama e lo detesta nello stesso momento, e questa ambivalenza è quello che rende il libro vero invece che predicatorio.

È introvabile, naturalmente. Come quasi tutto quello che conta in questa lista. Ma quando lo trovate,  in una libreria usata, su un bancone polveroso, per caso come si trovano le cose importanti, compratelo senza pensarci.


8. Aldo Busi – Seminario sulla gioventù (1984)

Busi è uno di quegli scrittori che l’Italia ha celebrato per cinque minuti e poi rimosso con quella efficienza particolare che riserva a chi disturba davvero. Non disturba per pose, non disturba per strategia,  disturba perché è impossibile da addomesticare, da incasellare, da rendere presentabile. E l’industria editoriale italiana, che di presentabile ha un bisogno viscerale, non gli ha mai perdonato.

Seminario sulla gioventù è un romanzo autobiografico sull’adolescenza in provincia, il sesso, la vergogna, la scoperta di sé, la fame di mondo in un posto che il mondo non lo conosce e non vuole conoscerlo. La prosa è barocca ma non accademica, è barocca come può esserlo uno che ha imparato a scrivere da solo, senza rete, con una voracità che si sente in ogni pagina e che non chiede permesso a nessuno.

È un libro sulla formazione nel senso più radicale del termine, non la formazione rassicurante dei romanzi di crescita tradizionali, ma quella caotica e dolorosa di chi si costruisce controcorrente, senza modelli, senza mappe. Busi non ti accompagna, ti spinge. Ed è esattamente per questo che va letto.


9. Giorgio Falco – Pausa caffè (2004)

Il lavoro precario italiano non ha mai avuto un narratore come Falco. Un ufficio. Scrivanie. Colleghi che non si guardano negli occhi. Pause caffè che sono l’unico momento in cui si respira. Telefonate. Obiettivi. Riunioni. La vita che si spende in luoghi che non appartengono a nessuno, in compiti che non significano niente, con persone che si incontrano ogni giorno e non si conoscono.

Falco racconta tutto questo con uno stile clinico, freddo, quasi burocratico, uno stile che è esso stesso una critica, perché parla il linguaggio di ciò che descrive e, in questo modo, lo denuncia dall’interno. Non c’è sentimentalismo. Non c’è redenzione. Non c’è la storia del precario che ce la fa. C’è solo la verità di come si vive quando il lavoro non è una vocazione ma una trappola in cui si entra ogni mattina con la consapevolezza di non avere alternative.

È il libro che la mia generazione avrebbe dovuto leggere invece di credere che bastasse lavorare sodo.


10. Wu Ming 1 – Point Lenana (2013)

Chiudo con il libro più inclassificabile di tutti, che è anche quello che mi ha seguito più a lungo dopo la lettura, che è anche quello che mi ha insegnato più cose su come si può fare letteratura senza rispettare le regole della letteratura.

Point Lenana è la cima del Monte Kenya. Da lì arriva al colonialismo italiano in Africa Orientale, alla storia dell’alpinismo come pratica politica e ideologica, alla memoria familiare, alla costruzione del mito nazionale attraverso le imprese sportive. È un romanzo e un saggio e un memoir e un’opera di storia e nessuna di queste cose in modo esclusivo.

Wu Ming,  il collettivo bolognese che è il progetto letterario italiano più coraggioso e onesto degli ultimi vent’anni, con questo libro ha fatto qualcosa che in Italia quasi nessuno ha il coraggio di fare: ha preso la storia ufficiale per il bavero, l’ha scossa forte, e ha mostrato cosa cade quando la scosse. Cadono le bugie. Cadono i miti. Rimane qualcosa di più complicato e più vero.


Questi dieci libri non sono i migliori dieci libri italiani in assoluto. Sono i dieci che ritengo più sottovalutati e più urgenti adesso, per le ragioni che ho provato a spiegare, con tutta la soggettività del caso. La letteratura non è una classifica, è una conversazione, e questa lista è il mio modo di tenerla aperta.

Leggete. Poi consigliate. Poi discutete. È l’unica cosa che funziona ancora.